Deportati 4 gennaio 1944 Francesco Galeotti
In ricordo di mio nonno Francesco Galeotti. Un antifascista, anarchico che, durante l'occupazione nazista di Roma, verrà arrestato dalla Polizia italiana e deportato al Campo di sterminio di Mauthausen. Non è più tornato.
“CIO' CHE E' ACCADUTO, PUO' ANCORA ACCADERE, PERCHE' CIO' CHE ACCADDE FU OPERA DI UOMINI COME NOI, CHE ANCORA VIVONO TRA NOI” (Primo Levi).
CHI ERA FRANCESCO GALEOTTI?
Francesco Galeotti era nato a Cortona, in provincia di Arezzo, il 20 gennaio 1889.
Era un fervente antifascista, politico combattivo, ma era anche un uomo gioviale, sempre di buon umore, amante dell’allegria, della buona tavola e della compagnia.
Lavorava come Direttore Tipografo a Roma. Era stato segnalato come “anarchico pericoloso” già nel marzo 1913, in quanto ritenuto uno dei più indomabili e turbolenti all’interno della categoria dei tipografi, cui apparteneva.
Durante la drammatica occupazione nazifascista di Roma, dal 23 settembre 1943 fino al suo arresto, avvalendosi delle ‘armi’ del proprio mestiere, nonostante fosse già stato diffidato, scelse coraggiosamente di impegnarsi nella lotta per la liberazione della città dall’occupazione nazista, partecipando alla cosiddetta “Resistenza non armata”, attraverso la stampa e l’informazione clandestina.
L'ARRESTO E LA DEPORTAZIONE.
Fu arrestato dal P.S. Appio, per disposizione dell'Ufficio Politico della Questura, il 30 dicembre 1943. Il 31 dicembre 1943, alle ore 14.00, entrava con la matr. 14088 nel Carcere romano di Regina Coeli.
La moglie e il figlio, nei pochissimi giorni di detenzione a Roma, cercarono invano di vederlo e fargli giungere abiti caldi e cibo, ma la Polizia italiana impedì loro qualsiasi contatto.
DEPORTATI 4 gennaio 1944
Il 4 gennaio 1944, alle ore 20,40, insieme ad altre centinaia di uomini prelevati dal Carcere, partiva dallo Scalo Tiburtino con il treno merci n. 64155, composto da 10 vagoni: destinazione il campo di sterminio di Mauthausen, in Austria dove, dopo una sosta a Dachau, arrivò il 13 gennaio 1944 e fu immatricolato con il numero 42097.
Questo fu il primo trasporto di deportati politici diretto a Mauthausen: la polizia italiana – su cui pesa una grande responsabilità - aveva voluto obbedire tempestivamente al comandante militare Maeltzer, come rappresaglia contro lo stillicidio di attentati nella capitale. Il 23 dicembre il vicecapo della polizia italiana diede l’ordine di procedere all’arresto delle persone indesiderate: tra Natale e Capodanno i rastrellati furono tra i 455 e i 676. (Vedi anche: www.memoriedinciampo.it/politici.htm e. Majanlahti A. Osti Guerrazzi: “Roma occupata: 1943 – 1944” - Il Saggiatore).
Dei mesi di agonia, tortura psicologica e fisica, dolore e angoscia in cui visse nel Campo di Concentramento a Mauthausen, non sappiamo nulla e possiamo solo immaginare.
La condanna a morte.
Probabilmente malato e oramai inabile al lavoro, il 28 Luglio 1944, dopo 6 mesi e 15 giorni dall'arrivo nel Konzentrationslager Mauthausen, uno dei più crudeli campi di lavoro dove trovarono la morte circa 100.000 deportati, qualcuno decise che doveva morire: fu condotto insieme ad altri compagni al Castello di Hartheim, dove era in funzione una camera a gas, e lì trucidato.
Aveva poco più di 55 anni.
La moglie Agnese, ossessionata dalla sofferenza, si suiciderà gettandosi dalla finestra della casa da cui era stato portato via dalla polizia, in Via Appia Nuova 451 a Roma.
Della famiglia, prima felice e molto unita, rimarrà solo Sirio che, per tutta la vita, porterà con sé un amaro dolore muto.
IL TRENO DEGLI ITALIANI: LA DEPORTAZIONE DIMENTICATA.
La mattina del 4 gennaio 1944 un gruppo di uomini destinati ad essere sterminati nel Konzentrationslager Mauthausen fu prelevato dal carcere romano di Regina Coeli ed avviato alla Stazione di Roma Tiburtina per essere deportato in Germania: alle ore 17.00, anche l’ultimo gruppo di detenuti, diciotto fra uomini e ragazzi, lasciava il 3° braccio, a giurisdizione germanica.
(…) Il viaggio, attraverso l'Italia, la Germania, l’Austria, durò 9 giorni: fece una prima sosta a Dachau per circa 7 giorni e quindi ripartì l’11 gennaio 1944 per arrivare al Campo di Concentramento di Mauthausen, in Austria, il 13 gennaio 1944.
Al KZ Mauthausen, `l'inferno dei vivi`, furono immatricolati 257 uomini del gruppo uscito da Regina Coeli, deducibile dalla sequenza dei numeri di matricola attribuiti alla data di arrivo del convoglio (compresi tra il 41981 e il 42237). (Eugenio Iafrate sito www.deportati4gennaio1944.it).
Questura di Roma al Comando di Forze di Polizia
Dal mattinale del 5 Gennaio 1944, inviato dalla Questura di Roma al Comando di Forze di Polizia e alla Direzione Generale Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno:
« …Alle ore 20,40 di ieri dallo Scalo Tiburtino è partito treno numero 64155 diretto a Innsbruck con a bordo n° 292 individui, rastrellati tra elementi indesiderabili, i quali, ripartiti in dieci vetture, sono stati muniti di viveri per sette giorni. Il treno sarà scortato fino al Brennero da 20 Agenti di Pubblica Sicurezza ed a destinazione da un Maresciallo e 4 militari della Polizia Germanica. Durante le ultime 24 ore sono stati rastrellati dalla locale Questura, a scopo preventivo, n° 162 persone». Acs, MI DGPS SCP RSI Chierici (1943-1945), b. 70, fasc. “Segnalazioni a DGPS da Comando di Forze di Polizia della Città Aperta di Roma 1944 gennaio” del 5 Gennaio 1944.
Dalla testimonianza di Mario Limentani (ebreo – matricola 42230 ), un sopravvissuto di quel treno
"Arrivammo verso mezzanotte e andammo al campo di concentramento di Dachau, ma ancora non sapevamo nulla, credevamo di andare in un campo di lavoro come avevano detto. Ci rinchiusero nella baracca delle docce, ci lasciarono là un po’ di giorni, non sapevamo nulla ancora. Poi la mattina ci svegliarono, ci presero e ci portarono a Mauthausen. L’11 gennaio del 1944, verso le undici, mezzogiorno circa arrivammo a Mauthausen. Arrivati a Mauthausen, ci misero sulla destra, dove c’è il muro del pianto e fecero l’appello. Ancora non sapevamo, non si vedeva niente, la neve era alta, faceva freddo, venti gradi sotto zero" (da “Testimonianze dai lager”: http://www.testimonianzedailager.rai.it/testimoni/test_50.asp).
IL LAGER DI MAUTHAUSEN
La costruzione del lager di Mauthausen fu iniziata l'8 agosto 1938 da 300 prigionieri dirottati dal campo di Dachau. Costruito vicino ad una grande cava di granito si trasformò ben presto in un affare economico, sfruttando il lavoro dei deportati, ma anche in una potente macchina di morte per questi ultimi. Infatti dei 200.000 deportati rinchiusi a Mauthausen e nelle sue 49 dipendenze ben 150.000 vi trovarono morte, assassinati nella camera a gas, massacrati nelle cave di Mauthausen e Gusen, stremati dalla denutrizione nello scavo di ciclopiche gallerie, fatti precipitare da un dirupo della cava ancora oggi ricordato come il muro dei paracadutisti, esposti nudi al rigori dell'inverno, sottoposti a docce gelate, fucilazioni di massa, esperimenti medici di vario tipo, dissanguamento, impiccagioni, camere a gas, camere a gas mobili (con un camion che aveva un tubo di scappamento rivolto all’interno del vano posteriore, il camion effettuava un servizio “trasporto” da Mauthausen e Gusen), ma soprattutto sfruttati nel lavoro con un'alimentazione consistente in una ciotola di acqua e rape a mezzogiorno e 100 grammi di pane e 20 grammi di margarina alla sera (si calcola che circa 2.000 prigionieri a settimana morissero per fame: in media i reduci del campo al momento della liberazione pesavano 42 chilogrammi). (Da: Deportazione. Mostra a cura di Sergio Coalova, matricola n°82331 a Mauthausen)
Arrivo al Konzentrationslager Mauthausen: annullamento della personalità.
All’arrivo, il deportato doveva essere immediatamente privato della propria personalità: il suo nome veniva cancellato e diventava un numero progressivo di prigioniero. Spogliato di tutto quanto era suo, riceveva, dopo aver passato la depilazione totale, la rasatura della testa e la disinfezione, un vestiario composto da: una camicia ed un pantalone a grosse righe grigie e blu, ciabatte di legno o zoccoli olandesi (dal 1943 scarpe di stoffa con suole di legno), un cappelletto tondo anch’esso a righe grigie e blu.
“Un triangolo colorato applicato al petto sinistro dell'uniforme dei prigionieri, contrassegnava il motivo della detenzione o del trasporto. Triangolo rosso - prigionieri politici, triangolo verde - imprigionati per i precedenti penali, triangolo nero o marrone - asociali, ecc.
Il vestiario.
I deportati nei campi di concentramento erano sottoposti a condizioni proibitive: la sottile casacca carceraria non proteggeva gli internati dal freddo; i cambi di biancheria si succedevano ad intervalli pluri-settimanali e persino mensili, e gli internati non avevano la possibilità di lavarla.
Ciò era causa di diffusione di epidemie e di diverse malattie, in particolare del tifo, della febbre tifoidea e della scabbia.
La giornata tipo del deportato di Mauthausen.
In estate, la sveglia dei deportati avveniva da lunedì al sabato, alle 4.45. Alle 5.15 si effettuava l’appello.
Le ore lavorative: dalle 6 alle 12 e dalle 13 alle 19. Fra le 12 e le 13 vi era la pausa meridiana che comprendeva la marcia per raggiungere il campo dal posto di lavoro, quella del ritorno e l’appello per certe squadre che lavoravano nella zona del campo.
Dopo le 19 vi era un altro appello e il rancio. Alla domenica lavoravano soltanto alcune squadre di deportati addette all’industria bellica ed i prigionieri che erano in punizione.
In inverno la sveglia avveniva alle 5.15: l’inizio e la cessazione del lavoro nella cava di pietra dipendeva dalla durata della luce del giorno. (vedi: http://majorana.org/progetti/shoah/index.htm)
LA SCALA DELLA MORTE
Sicuramente mortale per coloro che, lungo una scalinata , “ la scala della morte “, 186 gradini, sconnessi ed irregolari, coperti dal gelo per lunghi mesi, dovevamo trasportare i massi di granito dalla cava al luogo di utilizzo o di raccolta.
Il sistematico e deliberato sterminio attraverso la fame, le malattie, l’assassinio di massa tipico di tutti i campi, si accompagna a Mauthausen alla brutalità delle condizioni in cui i deportati sono costretti a lavorare nella cava. Le pietre estratte e squadrate devono essere portate a spalle, dalle squadre di punizione, lungo 186 ripidi gradini.
A lato e in cima attendono le SS che pungolano, spingono e torturano gli uomini che si muovono faticosamente. La chiamano la “scala della morte”, mentre il dirupo della cava prende il nome di “muro dei paracadutisti”, poiché gli aguzzini, come supremo divertimento, a volte spingono i primi della fila che, cadendo, trascinano con loro decine di altri uomini causando continue stragi.
“ ….e c’era una scalinata con centottantasei gradini. Scavati nella pietra! Si andava su e giù per ‘sta scalinata. In fila per cinque. Si arrivava giù, si prendeva una pietra ciascuno. Si aspettava che tutti fossero in fila, poi si tornava su, tutti in fila insieme, con le pietre. Bisognava stare attenti di prendersi una pietra che non fosse troppo piccola, perché se vedevano te ne davano poi una grossa. E quella non riuscivi neanche a sollevarla! Così ci lasciavi la pelle a suon di bastonate. Su e giù da ‘sta scalinata. Quando uno cadeva non si alzava più. Quella era la cava di pietre, centottantasei gradini.” (Testimonianza di Renè Mattalia – matricola 82423).
L’alimentazione dei deportati.
Il valore energetico della razione quotidiana di un detenuto nel campo era di circa 1000 - 1300 - calorie.
A colazione il detenuto riceveva circa mezzo litro di caffè, oppure un decotto di erbe.
A pranzo circa un litro di minestra senza carne, spesso con verdure avariate.
La cena consisteva in circa 300 - 350 grammi di pane nero duro come pietra, in quantità irrisorie di un altro alimento e da una bevanda d'erbe.
Il lavoro pesante e la fame causavano l'esaurimento totale dell'organismo. La carenza di alimenti sufficienti portava spesso alla morte per fame.
Alcune fotografie scattate dopo la liberazione del campo, mostrano detenute divenute quasi cadaveri e con un peso variabile dai 23 ai 35 Kg.
La scarsa alimentazione non consentiva una lunga vita al campo: tra il 1943 ed il 1945 la permanenza in vita di un prigioniero di Mauthausen era in media di 9 mesi.